admin On luglio - 21 - 2011

Pinocchio è la storia del burattino di legno più amato da grandi e piccini, tradotta in quasi tutte le lingue del mondo, illustrata da numerosi disegnatori, rappresentata in teatro, nei fumetti e nei film d’animazione, approda ancora una volta sul grande schermo.
Si tratta di uno dei libri più celebri della letteratura italiana del secondo ottocento, dopo la Bibbia, sicuramente il secondo libro più venduto di tutti i tempi, un successo che si è diffuso al di fuori dei confini nazionali tanto da attribuire al burattino di legno una propria personalità.
Dopo i film di Ernesto Maria Pasquali, Walt Disney, Giannetto Guardone, Luigi Comencini e Francesco Nuti è Roberto Benigni a far rivivere le avventure di Pinocchio.
Un Pinocchio, scritto a quattro mani con Vincenzo Cerami, che si presenta – come ha più volte sottolineato lo stesso Benigni: “Un po’ Amleto, un po’ Edipo e un po’ Don Chisciotte, una fiaba dove sono racchiuse le contraddizioni del mondo e che può essere vissuta come un sogno oppure come un incubo. Un’opera che racchiude in se gioia, spensieratezza, felicita, libertà, purezza e fantasia ma anche illusione e cattiveria, che evoca sensazioni e stati d’animo della vita che circonda l’uomo. Come è possibile non innamorarsene?”.
Non stupisce che oggi Roberto Benigni se ne sia invaghito, dopo averlo forse ascoltato cento volte, narrato e letto da bambino e ragazzo. In quel burattino Roberto ha visto parte della sua biografia, l’ha sentito concorde e solidale con quel bisogno di libertà e di verità che ne fa una creatura fragile ma ineffabile, per quel correre affannato per strade povere e dentro povere case.
“Ringrazio mio padre, contadino, per il dono della povertà, un dono che aiuta a comprendere i veri valori della vita” – con queste parole Roberto Benigni ha sorpreso il mondo, la notte degli oscar, nel tempio del lusso e delle frivolezze.
Benigni come Pinocchio. L’aveva disegnato così il grande regista Federico Fellini: “Roberto è un clown geniale che tutto il mondo dovrebbe invidiarci”. E così lo ricordano gli amici di vecchia data, quelli di gioventù, i compagni di giochi del paese dove il piccolo grande comico toscano ha mosso i suoi primi passi nel mondo del teatro.
“Quel benedetto figliolo non aveva voglia di studiare né di cercarsi un lavoro serio – raccontano i familiari – s’era messo in testa di fare il guitto”.
In lui sono racchiusi tutti i personaggi che interpreta, in teatro così come nel cinema, fanno parte della sua personalità, lo contraddistinguono nel mondo dei comici, perché non è uguale a nessuno. “Si presentava in aula con gli stessi gesti e le stesse movenze con cui adesso si presenta sul palcoscenico – ricordano alcuni compagni di scuola – con l’unica differenza che non portava gli occhiali”.
Benigni con gli anni ha affinato la sua personalità, seguendo un percorso di maturazione che non ha portato alla creazione di un personaggio stereotipato e costruito, ma a quell’essere ‘burattini’ per poter diventare poi davvero umani.

I PRIMI PASSI DA ARTISTA
L’accostamento tra Roberto Benigni e Pinocchio è azzeccato anche secondo l’amico Franco Casaglieri, che come lui ha scelto la vita artistica, divisa tra cinema e teatro, al suo fianco in alcuni dei film realizzati: “Chi meglio di Roberto può interpretare il mitico burattino di legno? Del resto un po’ Pinocchio lo è sempre stato, fin da ragazzino quando faceva il cannellaio per racimolare un po’ di soldi e frequentava l’istituto Datini, sempre a scherzare con tutti, dall’insegnante di religione che era una monaca ai banconieri dei negozi di Vergaio”.
“E i primi passi sul palcoscenico – continua Franco Casaglieri – da studente del Datini per seguire la rivista dell’istituto nelle vesti di capo comico fino a quando non arrivò al teatro studio del Metastasio… Poi, nel settembre del 1972 Roberto decide di fare il grande passo: con tre amici (Donato Giannini, Carlo Monni e Aldo Buti) parte alla volta della capitale a bordo di una Citröen Ds modello Pallas”.
E del ‘Pinocchio’ sognato per tanto tempo e che oggi sta per diventare realtà? “Era la fine degli anni Settanta, primi anni Ottanta – riprende Casaglieri – quando Federico Fellini iniziò a pensare ad un film sulla creatura di Carlo Collodi, ma tanta era la difficoltà nel realizzarlo, enorme la quantità delle immagini da realizzare…”.
A distanza di vent’anni Pinocchio ha trovato la forza per esprimersi. Oramai alle ultime battute sarà presentato al grande tra la metà di ottobre e il periodo natalizio.
Più che doveroso un accenno al grande sforzo produttivo, la pellicola ha un budget di quaranta milioni di dollari, oltre quaranta mila euro.
“E’ il film più spettacolarmente grandioso che ho girato – ha rivelato Roberto Benigni, in una delle pochissime interviste rilasciate – una storia francescana poverissima, ma per fare la ricchezza dell’immaginazione qualche soldo ci vuole”.

LA FILMOGRAFIA DI BENIGNI
Scoperto solo tre anni fa dagli americani, Roberto Benigni era invece considerato dagli italiani da molto tempo un fenomeno. La sua esuberanza, la sua simpatia, la sua spontaneità hanno sempre fatto breccia nel cuore di tutti, a volte criticato ma pur sempre amato e ammirato.
Un vero e proprio mostro sacro del cinema italiano che nasce a Misericordia, un piccolo paese della provincia di Arezzo. Si trasferisce ancora molto giovane con il padre Luigi, la mamma Isolina e le tre sorelle a Vergaio, una frazione di Prato, patria millenaria di telai e panni e già famosa in tutto il mondo.
Una breve parentesi come operaio tessile, prima studente e poi una volta terminata la scuola, il trasferimento a Roma con tre amici e una chitarra. E’ così che arriva il debutto teatrale con la commedia ‘I Burosauri’.
Con Giuseppe Bertolucci dà vita al personaggio di Mario Cioni, sboccato vitellone rurale che non risparmia niente a nessuno e che troverà sfogo nella serie televisiva ‘Onda libera’.
Si dedica in modo particolare alle manifestazioni teatrali e popolari, partecipa nelle vesti di critico cinematografico strampalato a ‘L’altra domenica’ di Renzo Arbore.
Nel 1977 arriva il primo film: ‘Berlinguer ti voglio bene’, dove il protagonista è sempre Mario Cioni. Il suo turpiloquio è un’evidente “ricerca di linguaggio”, come dice lui, e contiene i germi della poesia.
Debutta come regista nel 1983 con ‘Tu mi turbi’ dove al suo fianco compare la moglie Nicoletta Braschi, da qui il via per il grande successo. Poi arriva il cinema d’autore con Marco Ferreri. L’incontro con il comico napoletano Massimo Troisi, dà vita a ‘Non ci resta che piangere’ pietra miliare della commedia italiana.
Tutto viene fatto senza mai dimenticare il teatro come testimoniato dal lungometraggio dal titolo ‘Tutto Benigni’ che riprende la fortunata tournée in giro per l’Italia.
Nel 1986 arrivano le prime esperienze americane, prima viene diretto da Jarmush in ‘Daunbailò’ e cinque anni più tardi interpreta un episodio del film ‘Taxisti di notte’.
Ma è nel suo paese d’origine che Roberto Benigni ottiene i maggiori risultati. Corre il 1988 quando con ‘Il piccolo diavolo’ sbanca i botteghini e inizia la sua fortunata collaborazione con Vincenzo Cerami; a seguire l’ultimo film girato dal grande Federico Fellini che scrittura l’attore per ‘La voce della luna’; poi ‘Johnny Stecchino’, un altro clamoroso boom di pubblico.
Una piccola pausa con ‘Il figlio della pantera rosa’ e poi nuovamente un trionfo con ‘Il mostro’ con il quale il comico-attore toscano si conferma una miniera d’oro.
Ma ecco arrivare nel 1997 il suo capolavoro più grande con ‘La vita è bella’, un film comico-drammatico che racconta l’olocausto, massima tragedia del ventesimo secolo, attraverso il sorriso e la poesia. Film candidato a sette premi Oscar che ha permesso a Benigni di entrare nel firmamento di Hollywood vincendo la prestigiosa statuetta come miglior attore protagonista.
L’ultimo film in cui si è visto è stato ‘Asterix e Obelix contro Cesare’. Ma oggi l’attenzione è tutta puntata sul suo prossimo ‘Pinocchio’, dagli addetti ai lavori già considerato un successo cinematografico tutto italiano

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