admin On luglio - 21 - 2011

Preziosissime, sofisticate, morbide al tatto: vestirsi di alpaca, mohair, cachemire, cammello può davvero fare la differenza, non solo per chi le porta ma anche agli occhi di chi osserva la vestibilità di questi capi. In gergo si definiscono “fibre nobili” e non è certo un caso. Negli ultimi anni la produzione di filati lavorati con queste fibre è incrementata notevolmente a Prato: il mercato è alla continua ricerca della qualità, e lavorare le fibre nobili vuol dire riuscire ad offrire qualcosa di più. E l’interesse del mercato è in continua crescita. Circa il 30 per cento delle importazioni italiane di “peli fini” (come venivano chiamate dalla normativa di un tempo questi materiali) finisce a Prato. Tra il 2000 e il 2001 è a sua volta cresciuta del 25 per cento l’importazione italiane di fibre nobili. A Prato finiscono mediamente 2200 tonnellate di peli fini, che poi saranno sottoposti a processi di lavorazione per diventare nella maggioranza dei casi filati da maglieria. Di questi la gran parte è cachemire, con circa 1600 tonnellate, seguito dal cammello, con 400 tonnellate, e dall’alpaca, con 200 tonnellate. Cifre trascurabili se paragonate a quelle relative alla lana che passa per Prato, ma che danno un’idea della dimensione della produzione a livello nazionale. “La produzione di fibre nobili pure, cioè senza l’aggiunta di altri materiali, è del tutto trascurabile – commenta Giors Oneto di Woolmark -. Piuttosto il cachemire, il mohair o l’alpaca vengono lavorati insieme alla lana, per arricchire il filato o il tessuto e fargli acquistare valore”. Sulle lavorazioni miste i pratesi hanno molto da dire: l’innovazione e l’ingegno che fino ad oggi ha caratterizzato la produzione locale ha visto proprio nella capacità di dare vita a filati nuovi, nati da inedite fusioni, il tocco di originalità della lavorazione locale. “A Prato si lavora molto bene la lana vergine, ma per quello che riguarda le fibre nobili i leader italiani sono altri, come ad esempio i biellesi – continua Oneto – E’ vero però che c’è un’attenzione crescente nel mercato nei confronti di questi materiali e che negli ultimi anni Prato ha fatto dei grandi passi avanti in questo tipo di produzioni”. Il mercato se n’è accorto e sta premiando questo nuovo ciclo, che di fatto continua a girare nonostante l’aria di crisi. I nuovi ricchi, d’altronde, vogliono vestire bene e questo non può significare altro che indossare materiali di un certo tipo. Ad esempio la lavorazione del cachemire con la seta è ormai all’ordine del giorno: il risultato è un filato molto fine, leggero, che dà vita a delle maglie morbide e calde, dal fascino indiscutibile. “Prato non abbandonerà certo le sue produzioni tradizionali per mettersi a lavorare il cachemire – aggiunge Oneto – ma essere in grado di offrire prodotti di qualità aiuta l’immagine del distretto. Spesso una percentuale di cachemire all’interno di un tessuto può attirare il compratore, che in questo modo può fregiare l’etichetta finale di un plus rappresentato proprio dalla presenza di una fibre di maggior valore. Senza però dover sostenere i costi proibitivi che certe fibre, lavorate allo stato puro, richiedono “. Se puntare sulla qualità sembra essere da più parti la carta vincente per uscire dalla crisi, la partita non potrà fare a meno di giocare anche sulle fibre nobili, destinate ad essere ancora per lungo tempo le protagoniste di tanti guardaroba.

Alpaca
Viene ricavata da un animale molto simile al lama, allevato in gregge e tosato ogni due anni. La fibra è divisa in base a sette colori fondamentali: bianco, grigio, marrone chiaro, marrone scuro, nero, pezzato e rossiccio.

Angora
E’ il coniglio d’angora l’animale da cui si ricava l’omonimo pelo, particolarmente soffice al tatto e molto caldo. La tosatura di questo animale viene eseguita ogni tre mesi, semplicemente pettinandolo. Ogni coniglio d’angora produce in media 300 grammi di fibra e la sua produttività dura una decina di anni.

Cachemire
E’ l’oro dei tessuti di lana. La cachemire è una capretta vellutata che vive al alte quote e che, nonostante numerosi tentativi, non si è mai adattata ai climi europei e quindi si trova solo in Estremo oriente. Nelle zone in cui vive la temperatura tocca durante l’inverno anche 30 gradi sotto zero: più i pascoli sono tormentati dal vento gelido, più caldo e soffice sarà il suo vello. Ogni capra fornisce in media 200 grammi di fibra, di cui 110 vengono usati per la manifattura. Quindi non c’è da stupirsi se un maglione in cachemire costa come l’oro: per farlo occorrono sette caprette e ben 5 chilometri e mezzo di filo, pari a circa di 300 grammi di filo.

Mohair
Si ottiene da una capra che popola alcune regioni turche. Da poco viene allevata anche negli Stati Uniti e in Sudafrica. E’ meno arricciata rispetto alla lana, è liscia al tatto, lucida e con un colore bianco trasparente. Le sue caratteristiche sono, tutto sommato, molto simili a quelle della lana di pecora, specialmente per il calore, la resistenza e l’elasticità.

Vigogna
E’ la fibra naturale più fine esistente. Prende il nome da un piccolo camelide che vive allo stato brado in Perù e che da sempre per ottenere il suo mantello veniva ucciso. Il pericolo della sua estinzione ha spinto il governo peruviano a vietarne rigorosamente la caccia. La vigogna produce due diversi strati di pelo: un sottopelo, utilizzato per l’abbigliamento e un vello ordinario lungo e setoloso.

E’ un lavoro per pochi. Mix tra passato e futuro

Non è certo da tutti lavorare le fibre nobili. Possono farlo solo le filature che si sono tenute al passo con i tempi, che sono state attente alle tendenze del mercato e che oggi hanno non solo gli strumenti ma anche quel bagaglio di conoscenze in grado di lavorare materie prime pregiate e dalla particolare finezza.
“Ci vuole una particolare attenzione per certi tipi di lavorazioni – commenta Guido Pagliai, caposezione per l’Unione industriale delle filature -. Inoltre sono necessari non tanto macchinari nuovi, ma soprattutto con determinati requisiti tecnologici. Negli ultimi anni è molto cresciuta la domanda di certe fibre e solo chi aveva fatto delle scelte coraggiose oggi può lavorarle”.
Gioca un ruolo fondamentale anche la fantasia per arrivare ad un prodotto finito interessante. “Oggi si riescono a fare dei misti cachemire impensabili fino a qualche anno fa – gli fa eco Marzio Bonanni, vicepresidente del Consorzio lavorazioni tessili – ed è soprattutto su questi che si concentrano le richieste del mercato. Queste fibre vengono usate per la maglieria e il loro utilizzo non è poi così legato alla moda del momento: una maglia di cachemire resta sempre un bel capo, anche se classico”.
Ed è proprio l’idea di un prodotto classico, poco soggetto alle oscillazioni dei gusti della moda, che piace a chi lavora con queste fibre. Non è solo cachemire puro quello che viene lavorato: una parte è anche rigenerato. “Si utilizzano ritagli di maglieria o tagli di confezioni – aggiunge Lido Macchioni, presidente del Consorzio lavorazioni tessili – e alla fine il risultato è lo stesso. Quando si parla di rigenerato si ha sempre l’immagine di qualcosa di sporco, di un residuo di lavorazione usato. Invece non è sempre così: nel caso del cachemire utilizziamo praticamente fibre nuove, che vengono da un processo in cui non si sono contaminate”.

Biagioli Modesto da studiare

‘Miglioramento della qualità nel settore T/A. Un’esperienza nella lavorazione del cashmere: il caso Filati Biagioli Modesto spa’: questo il titolo della tesi di laurea conseguita presso l’Università degli Studi di Pisa da Paola Baconcini, nata e cresciuta a Livorno ma entrata in contatto per realizzare la propria tesi, proprio con l’Istituto Buzzi. “La reale difficoltà – afferma la Baconcini – stava nel reperire materiale al quale attingere. Dopo una serie di tentativi andati a vuoto, un’amica mi consigliò di scrivere all’Associazione professionale giovani ex-allievi dell’Istituto Buzzi di Prato. Con mio grande piacere, in breve tempo venni contattata e fu da quel momento che iniziò la mia avventura. Grazie al supporto dell’Associazione, in particolare del professor Carlo Ponzecchi e di Emanuele Lucchesi, è stato possibile sviluppare l’argomento della mia tesi.” Essa analizza la lavorazione del cashmere nella realtà aziendale della Biagioli Modesto, localizzata nel distretto pratese e conosciuta come una delle filature più prestigiose al mondo.
“Nel periodo in cui ho elaborato questa tesi – conclude Paola Baconcini – ho avuto la possibilità di conoscere posti, persone e cose molto interessanti di cui conserverò sempre un bellissimo ricordo perché, vista nel suo insieme, questa esperienza è stata, a livello personale, fonte di un’importante crescita interiore”.

Alvigini ci fa scoprire le fibre

Le fotografie pubblicate in queste pagine sono tratte dal libro ‘Le fibre più vicine al cielo’ a cura di Pier Giuseppe Alvigini, un testo nato dalla necessità di esplorare il mondo delle fibre tessili più pregiate, un mondo spesso sconosciuto e lontano da noi.
Alvigini (titolare dell’omonima società biellese di fibre tessili pregiate) ha 82 anni, da 64 opera nel settore tessile, tuttora al timone dell’azienda con la stessa passione di quando iniziò. La pubblicazione (prima edizione 1979) ha avuto molte ristampe e una tiratura di oltre centomila copie, deve il suo successo alle bellissime fotografie ma soprattutto dall’essere stato ideato e realizzato da gente che conosce bene le fibre per averci ‘vissuto insieme’.
Il cachmere, l’alpaca, il cammello, la lana merino e mohair, il pelo di coniglio e d’angora scorrono sotto gli occhi dell’osservatore grazie alle splendide immagini dei più prestigiosi nomi della fotografia mondiale (A. Canevarolo, M. De Biasi, F. Bocchio, G. Lotti, J. Belon, M. Poma, M. Perino, M. Sella, J.F. Pattey). Gli animali vengono osservati sospesi tra terra e cielo nel loro ambiente naturale e negli allevamenti, dalle pendici dell’Himalaya alla Mongolia, dalla catena andina ai pascoli australiani e texani.

Attenzione, non basta l’etichetta. Consigli per riconoscerle

Se non è tutto oro quello che luccica, non è nemmeno tutto cachemire quello che potrebbe sembrarlo. La legislazione italiana non comprende una denominazione particolareggiata delle diverse fibre animali pregiate, soprattutto per quello che riguarda le differenti provenienze e le diverse caratteristiche delle fibre. In base ad una direttiva Cee i capi composti interamente o parzialmente di cachemire possono portare il marchio “pura lana vergine”, anche se raramente il produttore manca di far notare sulla propria etichetta la presenza di questa fibra. “Le notevoli differenze di valore esistenti, non solo rispetto alla fibra di lana, partner per antonomasia delle fibre pregiate, ma anche tra le stesse fibre pregiate, insieme alle difficoltà della distinzione di queste fibre con metodi analitici obiettivi, sono spesso state e sono tuttora una causa di turbativa nella commercializzazione dei prodotti – commenta Giuseppe Bartolini, docente al laboratorio di chimica presso l’istituto Buzzi -. E’ sempre più sentita l’esigenza di identificare i vari prodotti attraverso la misura obiettiva dei principali parametri chimico-fisici e dimensionali mediante metodi il più possibile normalizzati a livello mondiale”. Il metodo migliore per scegliere il cachemire è quello di affidarsi ai polpastrelli: al tatto il tessuto deve dare la sensazione della pienezza, non basta che sia morbido. Esistono infatti delle lane extrafini che sono morbide come il cachemire. Ma non solo: se ad esempio si notano le cosidette “palline” sull’indumento, ovvero il fenomeno del pilling, siamo in presenza di cachemire composto da fibre corte, e quindi non bellissimo, oppure di tessuto che ha subito un finissaggio sbagliato.

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